apogeo narrativo

L’esempio del futuro accordo transatlantico  è solo uno dei tanti, tantissimi argomenti che l’infotainment popolare ha, per tanto tempo, evitato di toccare approfonditamente proprio per evitare fastidiose prese di coscienza. Altri temi andrebbero elencati, non tanto perché assenti, ma perché presentati unilateralmente con l’etichetta dell’oggettività. Avvenimenti buttati nel calderone ormai definito con l’onnicomprensiva etichetta giustificatoria di: “così vuole il mercato”.

Lo si fa con il mettere in vetrina una teoretica idea di mondializzazione felice, sempre e solo fonte di occupazione, di crescita, di progresso sociale. Illimitata. Si propaganda la “sociologia dell’ineguaglianza”: ognuno é “datore di lavoro di se stesso” con una sovraesposizione delle categorie privilegiate e la cancellazione dei bisogni delle categorie popolari e precarie. Ma si trova ancora qualcuno, imperterrito, che fa finta di sorprendersi del fatto che i movimenti cosiddetti populisti aumentino i propri ranghi.

Non parliamo poi del concetto di libertà. Bistrattato al punto tale da utilizzarlo perfino per giustificare la precarietà di molti esclusi: la libertà di restare poveri. Così come la schiavitù planetaria, acquisita d’ufficio. Il modello neoliberale è al suo apogeo narrativo al punto da diventare indiscusso e indiscutibile.  “Stando alla mia esperienza, il maggior aiuto per accrescere l’efficienza del personale è una lunga fila di uomini in attesa al cancello!” più di una volta già disse il famoso imprenditore. Alla faccia del “coefficiente Gini”.