trilioni

Se c’è un sostantivo (oltre quello di “democrazia”) che ha perso ogni significato è quello di “libertà”.

Massimizzare la quantità di valore estratto dalle attività umane con il “lavoro flessibile” e minimizzare (dove possibile azzerare) qualsiasi onere addizionale che gravi sul rendimento finanziario (imposte, contributi previdenziali, assicurazione sanitaria e simili) costringere inoltre i salariati, mediante le delocalizzazioni, ad accettare l’inverosimile: tutto questo si chiama “libertà”. Di mercato. Quella “libertà” che dagli anni ottanta in poi ha proiettato il mondo occidentale sull’orlo dell’abisso.

Ci è voluta appunto tutta la forza della tanto odiata burocrazia “contributiva”, per tentare di arginare il disastroso buco finanziario creato dalle “responsabilità personali” dei fautori del liberismo. Si proclamava che liberalizzando il mercantilismo le crisi economiche dovevano ormai essere superate, invece proprio nel momento in cui il “liberismo” affaristico ha preso il sopravvento (l’80 % delle centinaia di trilioni {trilioni di dollari, baby!} di azioni scambiate in borsa perseguono unicamente finalità speculative) le crisi si sono moltiplicate e si sono aggravate.

Mi sembra che questa velleitaria richiesta di “libertà” abbia fatto il suo tempo, giunge inopportuna, abbia ormai esaurito la sua disastrosa forza propagandistica. Tuttavia resiste per fascino retorico.