scarto elettivo

Il linguaggio democratico che trova forse/magari/ancora l’unica via per esprimersi (parzialmente) nelle elezioni politiche, si manifesta spesso con risultati se non opposti, tuttavia distanti dal credo, diffuso con grande utilizzo di mezzi, dalle governance accademiche. Ciò è un fatto. Positivo.

Tuttavia all’indomani “dell’accaduto” la grande/piccola informazione sostenuta dai gruppi egemoni possessori degli accordi lobbistici/pubblicitari a sei zeri, è costretta a dover innescare la tiritera semplificatoria sugli estremismi, sui populismi, sui sovranismi da superare. E sugli statalismi illiberali già superati: sul popolo che non ha capito. Questa è prosa intonata ogniqualvolta un risultato elettorale va a disturbare la pace dei manovratori. Nel micro, così come nel macrocosmo.

Che la sorpresa, “lo scarto elettivo”, siano semplicemente il risultato di un certo qual fallimento delle cosiddette politiche d’alto bordo, degli accordi fumosi, delle pianificazioni astratte non si osa nemmeno immaginarlo. Si usa invece la mistificatoria strategia del far passare il segnale di una legittima, magari stridente – seppure specifica – risposta elettorale, come sintomo di un dannoso e sterile radicalismo.

Si tratta di una pesante hybris ideologica, quella di insistere sul fatto che il sistema mercantile attuale sia da considerare – soprattutto da una ristretta categoria di vincenti – una dottrina inderogabile. Per cui vi sono, viceversa, cittadini/votanti che ritengono legittimamente necessaria un’immediata revisione, un tagliando fattivo, una riconsiderazione severa dei discriminanti risultati fin qui ottenuti, e lo dicono alla loro maniera. Il buon senso comune, la common decency di orwelliana memoria ha capito che marciare sul posto aspettandosi miglioramenti improbabili calati dall’alto può diventare assai pericoloso. Perlomeno imprudente. Il rischio è quello di poi trovarsi disarmati – di nuovo – davanti a catastrofi addirittura peggiori di quella del duemilaotto. Che stiamo ancora pagando.

Così come si insiste spesso sul fatto che il “sole nascente” si sia “eclissato” nel socialismo reale, la tanto declamata, probabilmente paradossale “cultura delle regole e dei diritti individuali” oggi sappiamo, non è nemmeno “apparsa” nel liberismo realizzato. Le cosiddette regole vengono quotidianamente piegate agli interessi mercantili unilaterali, egoistici e circoscritti, di immediata riscossione. Troppi gli inciampi, le cadute e i disastri sociali ai quali le società occidentali oggi devono far fronte. Cosicché alle diverse latitudini elettorali il fallimento delle speranze neoliberiste di “centro” si presenta in termini democraticamente politici.