bar sport

Si ha sempre più l’impressione, direi la certezza, che tutta quella compagine di “esperti-osservatori-analisti mediatici” sia stata arruolata tra i clienti del bar-sport. Con tutto il rispetto per i tanti Bar Sport, luoghi di nobile socializzazione. “I governi sono preoccupati della dinamica che sta assumendo il conflitto, un confronto per altro prevedibile, bisogna attendere qualche settimana per vedere le vere forze in campo, probabilmente c’è una regia dietro a questi avvenimenti, si ritiene probabile una fuga in massa.”) sono evidentemente pronunciate con l’enfasi da grande rilievo informativo. In realtà sono quelle classiche banalità che, al bar-sport (personalmente frequentato) manco più s’osano proferire.

Un’informazione sempre più parolaia che da voce a chi (noi) si suppone – e si spera – esprima (almeno) la diversità d’opinione. Tuttavia ciò accade senza però accertarsi che vi sia la garanzia di una minima rappresentatività statistica. S’impone insomma come “Storia stessa” la pura e semplice opinione di un gruppo di “osservatori selezionati” per il semplice fatto di ritrovarli dall’altra parte dello schermo.

L’ambiente del “locale” che frequento si spinge, con tutta modestia, a ritenere (invece) che gli esperti-osservatori-analisti avrebbero il nobile compito di saper anticipare, insomma descrivere con sufficiente anticipo i rischi di una condotta politica, economica, strategica e perfino militare, prima che i fatti appaiano irreversibilmente scontati. Questo varrebbe per tutti quei campi d’indagine per i quali il contribuente paga gli studi e le ricerche, così come finanzia i mezzi per la diffusione mediatica degli stessi.

Quando l’occidente “liberale”, un tempo promotore teorico di un benessere diffuso, si accorse di poter arrotondare sempre più il malloppo appoggiandosi a lontani territori assai redditizi (un miliardo e mezzo di consumatori e forse più …wow!) e spostare scientemente tanta della sua industria alla ricerca di mercati esotici e soprattutto di manodopera gratuita, allora ogni ripensamento sui Diritti Umani (schiavitù, lavoro minorile, parità di genere, rispetto delle minoranze) fu altrettanto scientemente relegato all’oblio. Chi osò allora una timida protesta venne immediatamente zittito di essere …“ideologico”.

Destabilizzare, quindi ridistribuire le popolazioni in fuga dai vari inferni prodotti, sembrerebbe, in quest’ultimo trentennio, il cinico percorso intrapreso dai “decisori egemoni” (l’élite suprema) per accelerare – sembrerebbe – una sorta di multiculturalità …neomercantile. Ritenuto troppo scomodo aspettare un’emancipazione endogena si preme – sembrerebbe – per quella esogena: rapida e sbrigativa. Mischiare tutto in nome di supposti Diritti Umani può essere bellissimo. Perfino …tragico.

Basterebbe inoltre confrontare due articoli di quotidiani a tiratura nazionale, perfino ideologicamente affini, per scorgere l’evidente confusione dentro cui l’informazione naviga. Da una parte un documentato articolo che ben descrive la superficialità, l’approssimazione, le colpevoli omissioni, il cinismo con i quali si è gestita, agli alti livelli internazionali, tutta la faccenda.

Per contro non è segnata da alcun dubbio l’insistente richiesta morale (ecco che arriva la …morale) di un’accoglienza totale e indiscriminata delle tantissime vittime dei tanti tentativi di esportazione del “congegno democratico” assai precario probabilmente perché settoriale. In altre parole: ciò che è certo è il semplice fatto che le nefaste ricadute create (dalle perlomeno discutibili mosse delle élite supreme) vanno a danno esclusivo delle fasce popolari perfino tenute sotto il bavaglio del ricatto etico.

D’altra parte quando qualche osservatore ben informato si spingesse inoltre a riferire che molti dei miliardi stanziati per implementare il “congegno” democratico (a una comunque specifica e settoriale parte di popolazione) vengano fagocitati dai clan locali già arricchiti da inenarrabili traffici illeciti, la sua presenza ai vari tg è destinata a ridursi drasticamente. Così come è destinata a perdere velocità la presenza di coloro che si permettessero di “insinuare” quanto, molti dei soldi, pure raccolti con le collette dalle varie ong, vadano poi a sparire tra le maglie dei vari enti assistenziali locali “sorvegliati” dai soliti clan …locali.

Cosicché ecco assegnato l’incarico ai media che dev’essere inteso come la quotidiana narrazione di un’irenica immagine di un pianeta “formato-città-per-tutti-quanti” sul prototipo elargito dalle nostre parti valido per i seducenti, seppur sconvolti, agglomerati metropolitani. Le “inquiete”periferie (anche planetarie) seguiranno e dovranno muoversi sul modello di un rigido separatismo economico, sociale e …culturale. Gli esempi si sprecano.

Anche malgrado, oppure in ragione di codesti pesanti limiti, il ruolo dei media appare sempre più ostinatamente orientato all’inscindibile diffusione di una ideologia fondata su astratti seppur dottrinali concetti di una “felice globalizzazione… inclusiva”. Ipotesi che hanno a che fare con la futurologia consumistica d’azzardo. Il resto è comunicazione. Anzi: bar-sport.