l’arte di mettere in difficoltà

È il tema della “stampa libera” che mi intriga. Stampa “libera”: già poterlo/doverlo affermare mette affanno. Aggiungendo, peraltro, come il mondo dei media resti, per ovvie ragioni, sempre più impigliato nelle strategie di strumentalizzazione politiche ed economiche. E di marketing. E di sponsor. Insomma: si potrebbe perfino affermare che l’affidabilità della grande “informazione libera” sia in caduta …libera.

Per cui c’è una stampa che parla d’altro, evita il tema, lo sorvola. Dà le cose per scontate. A fatti avvenuti. Poi c’è quella che racconta solo quel poco che gli interessa dire: fa da tramite, diffonde per dovere di ruolo. Oppure parla per procura. Commenta ciò che accade assecondando ciò che impone l’ingombrante linea editoriale: esprime valutazioni di parte. Così come il giornalismo “del non detto“, che si arrende al prerequisito del consenso.

Un’informazione – diceva un saggista – che orienta la propria dialettica sempre nella direzione del vento: insegue e segue l’air du temps. Non c’è prosa più stucchevole dell’aria fritta unidirezionale, si potrebbe aggiungere. Si è quotidianamente contaminati da articoli la cui utilità di dibattito è simile alla polvere sui davanzali. Il problema non sta – come si vuole indurre a far credere – nel “disastro” delle fake-news. Il problema è il grado attuale di credibilità delle fonti ufficiali che sembrano (invece) dedicarsi interamente al “famigerato colpevole quasi perfetto” per rifarsi un minimo di credibilità.

Certo, resta un discorso assai complesso quello della “costruzione” della democrazia cognitiva. (“Gli artefici del potere devono creare una forza che possa essere sentita senza essere vista. Il potere è forte quando resta al buio, esposto alla luce del sole incomincia subito a svanire.S.H.)

Tuttavia (anche) alle nostre latitudini informative parrebbe crescere “l’impressione” di essere quotidianamente confrontati con una sorta di “sottomissione mediatica”, spesso mirata (anche) alla “de-costruzione” di ogni vera critica …divergente. Soprattutto nel solco di una sempre maggiore pervasività del sistema dottrinale mediatico, che ha sempre più l’aspetto di un rullo compressore coordinato di network, dedito alla diffusione di uno …sconfinato inclusionismo di facciata.

Un potente congegno che da tempo ha abbracciato un intransigente percorso finalizzato a intimare e diffondere un discorso unilaterale che fa perno su una teoretica (fallace e furbissima) idea di mondializzazione riparatrice/unificatrice onnicomprensiva. Persino porsi delle domande o sollevare delle questioni “inusuali” potrebbe essere considerato un “giornalistico”  atto sovversivo. Qundi da evitare. “L’informazione è una faccenda talmente seria che non la si può affidare interamente al giornalismo.” Si leggeva su uno striscione metropolitano.

Tempo fa, mi è capitato di addentrarmi, (per una sorta di malsana curiosità, lo ammetto) tra i capoversi di un editoriale a firma… «progressista» che, tra le soverchie citazioni “dotte” {democrazia: alias… demos/kratos, insomma… robe del genere}, insisteva ad nauseam sulle ovvie incongruenze di un’osteggiata tendenza politica attuale, definita sempre e comunque con un’insidiosa etichetta dispregiativa, (diciamo “populista”) affrontando il tema con un “taglio” che voler definire di banale ostilità, sarebbe come umiliare il senso comune che si dà al termine banalità. Ciò che a tutti gli effetti erano semplici opinioni “da militante” assumevano, nello scritto, il valore di inossidabili dati di fatto.

Strati di inutilità di uno spessore altrettanto microscopico finalizzati ad assecondare – probabilmente – una macroscopica esigenza declamatoria di dozzinale ideologia: negazione di ogni dibattito in nome di un principio dominante indiscutibile. Diligenza che diventa militanza, cosicché si è perfino costretti a dover subire giornalistiche requisitorie da …inquisizione, mosse con mediatica acredine nei confronti di ospiti ritenuti aprioristicamente “beceri sovranisti” (sic), magari perché deboli titolari di posizioni minimamente “critiche” rispetto all’unilateralità informativa dilagante.

Ciò rimanda ai grandi inquisitori che somministravano agli eretici feroci anatemi. Quasi che l’intervistante di turno voglia mostrare ai colleghi d’arte… l’arte di mettere in difficoltà i …dissidenti. Insomma: il delirio di quell’informazione intimidatoria che vorrebbe porsi (anche) quale unico argine alle – dialetticamente detestate – fake-news-da-social. Contraria – in astratto – al “populismo” emotivo, nei fatti, tuttavia, subdolamente artefice. Contrastare legittimamente e doverosamente una narrazione ritenuta “assurda” non può essere la dimostrazione di una totale e indiscutibile affidabilità della stampa ufficiale. Ancora ci ricordiamo delle famose bufale “ufficiali” sostenute da tutta la stampa accreditata nei primi anni del duemila, oggi ritenute assurde …dagli stessi addetti.

Per cui – prendiamone atto – dalle nostre parti predomina una forma di giornalismo (cartaceo/radiotelevisivo) che cavalca (… assai generosamente) l’immagine di un “nostro vivere” come fosse fondato – in massima misura – su “valori” – (seppur fluidi e generici) – di “libertà e di pluralismo”. Di uguaglianza e di rispetto dei diritti individuali . Di riconoscimento e di tutela dello stato di diritto. Si rivendica perentoriamente il rispetto della dignità umana. Si insiste quotidianamente  sul concetto di solidarietà e di condivisione. Insomma un elenco “incontestabile” (etimologicamente inteso) da leggere in chiave essenzialmente moralistica. Ovvero da stampa …libera. E se smettessimo (finalmente) di fingere?

Sullo stesso tema:

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(*) Nel linguaggio mediatico vi è un esempio che ben illustra il percorso intimidatorio nei confronti del dissenso, ciò che si condensa in due termini molto usati nel discorso europeo: euro-scetticismo e euro-fobia. Diciamo subito che (probabilmente) non tutti gli euroscettici sono stolti-anti-europei: mostrano ovviamente una certa qual riserva nei confronti dell’UE, così come strutturata nella sua forma politica attuale, ma non vi è alcun rifiuto dell’Europa quale continente di appartenenza. Tuttavia l’europeismo giornalistico si è accorto quanto la carica inibitoria del termine (euroscettico) fosse ormai inadeguata per incidere sulla squalifica moralistica: essere scettici vuol dire, infatti, attendersi conferme che permettano di superare eventuali riserve, senza necessariamente rifiutare il concetto fondativo: quindi una posizione legittima. Per incidere maggiormente sull’effetto censorio si è dovuto premere sull’acceleratore semantico, introducendo un nuovo termine: euro-fobia. Parola che rimanda invece a una paura, a un’angoscia, quindi a un rifiuto irrazionale di qualcuno o di qualcosa. In altri termini: un disturbo della personalità. La fobia anti-EU è un’alterazione che va guarita. L’«eurofobico/a» non ha altra scelta che farsi curare. Democraticamente of course!